La Malattia di Alzheimer rappresenta la più frequente patologia neurodegenerativa. La prevalenza della malattia aumenta con l’età e raggiunge il 15-20% nei soggetti di oltre 80 anni.

Il problema è destinato a crescere: secondo le stime, ogni anno vengono diagnosticati 7,7 milioni di nuovi casi (come dire che ogni 3 secondi viene diagnosticato un nuovo caso) e la sopravvivenza media dopo la diagnosi è oramai di oltre 10 anni.

La malattia di Alzheimer si manifesta con lievi problemi di memoria. Nel corso della malattia questi e altri deficit cognitivi si acuiscono e possono portare il paziente non solo al grave disorientamento nel tempo, nello spazio e verso le persone, ma anche a trascurare la propria sicurezza personale, l’igiene e la nutrizione.

La malattia progredisce sino alla totale perdita della propria autonomia e alla completa dipendenza dai familiari o altri caregiver.

La malattia di Alzheimer rappresenta, quindi, una priorità nell’agenda globale.

Oggi purtroppo non esistono farmaci in grado di fermare o far regredire la malattia. Tutti i trattamenti disponibili puntano a contenerne i sintomi o limitarne l’aggravarsi per alcuni mesi.

La ricerca scientifica ha dimostrato che per molti anni la malattia può “lavorare nel buio”, distruggendo cellule e circuiti nervosi. Ciò può accadere grazie alle capacità di riorganizzazione plastica del cervello che utilizza risorse provenienti dalla “riserva neurale” per sostituire i circuiti danneggiati.

Esiste, quindi, uno stadio “prodromico” di malattia in cui i sintomi sono assenti o molto sfumati.

Il progetto Interceptor si focalizza sulla diagnosi di questo stadio.

La diagnosi dello stadio prodromico

Negli ultimi anni l’approccio più frequente della ricerca è quello di sviluppare un intervento farmacologico precocissimo sulle prime fasi della malattia, quando i sintomi sono minimi.

Ecco perché è stata posta maggiore attenzione all’individuazione di biomarcatori che permettano di predire la conversione verso la malattia di Alzheimer. I biomarcatori affiancano i test neuropsicologici nei soggetti con lieve compromissione delle funzioni cognitive (Mild cognitive impairment), ovvero individui con rischio maggiore di sviluppare malattia di Alzheimer (circa 735.000 persone in Italia).

I test neuropsicologici, infatti, rimangono il pilastro principale della diagnosi.

Le persone che si trovano nella condizione di lieve compromissione delle funzioni cognitive per il 50% rimangono tali o regrediscono alla piena normalità per il resto della loro vita. La rimanente metà progredisce ad una forma di demenza nell’arco di 3-5 anni dalla diagnosi di MCI.

Questo è lo scenario in cui l’Agenzia Italiana del Farmaco ed un gruppo di esperti sulle demenze hanno avviato una serie di attività programmatiche con due obiettivi.

Il primo: essere pronti ad iniziare tutte le cure e le azioni di contrasto attualmente disponibili il prima possibile.

Il secondo: gestire l’evenienza dell’arrivo sul mercato di uno o più farmaci potenzialmente capaci di prevenire o curare la malattia di Alzheimer.

Nei prossimi anni, infatti, termineranno le sperimentazioni di molte decine di farmaci sperimentali potenzialmente in grado di rallentare/arrestare l’Alzheimer.

Molti di essi agiranno solo nello stadio “prodromico” di malattia, caratterizzato dalla condizione di Mild Cognitive Impairment (MCI).

I numeri del progetto

Nello studio, saranno valutati 6 marcatori, selezionati sulla base dell’evidenza scientifica ad oggi disponibile.

L’obiettivo è quello di stabilire quali siano i marcatori più sensibili e specifici per predire la conversione del lieve declino cognitivo in malattia di Alzheimer.

Il vantaggio in termini sanitari ed economici è evidente.

In Italia, infatti, il numero totale dei pazienti con malattia di Alzheimer (circa la metà di tutte le varie forme di demenza) è stimato in oltre 600.000 casi.

I casi di pazienti affetti complessivamente da demenza sono 1.200.000.

L’Alzheimer non è l’unica demenza, ma è la più frequente e rappresenta circa il 50% del totale.

Circa 3 milioni sono, poi, le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari.

Stime di calcolo circa i costi socio-sanitari della malattia di Alzheimer ipotizzano cifre complessive pari a circa 6 miliardi.

I biomarcatori

Tutti i pazienti saranno valutati mediante 6 biomarcatori:

  • alcuni test neuropsicologici
  • il dosaggio di alcune proteine su campioni di liquor cefalorachidiano
  • la tomografia ad emissione di positroni (PET) per lo studio del metabolismo cerebrale del glucosio l’analisi genetica
  • la valutazione del tracciato elettroencefalografico (EEG) per connettività
  • la risonanza magnetica volumetrica, in particolare per le strutture ippocampali (un’importante “centralina” per la memoria”).

Inoltre, i residui dei campioni biologici prelevati saranno conservati in un Biorepository dedicato presso l’IRCCS Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano.

Il DNA sarò conservato a +4°C, mentre il plasma, il siero ed il liquor in azoto liquido a temperatura compresa tra -150°C e -196°C.

Questi metodi consentono la loro conservazione per un tempo indeterminato ed in condizioni ottimali, in previsione di eventuali ulteriori analisi qualora dovessero emergere biomarcatori innovativi, non noti all’inizio dello studio ma potenzialmente rilevanti al conseguimento dei suoi obiettivi.

I pazienti saranno monitorati fino a un massimo di 42 mesi. Dopo i 42 mesi, sarà possibile concludere quale biomarcatore o quale combinazione di biomarcatori siano stati in grado di selezionare con maggior precisione l’evoluzione verso la malattia oppure no.

L’obiettivo finale è quello di essere pronti ad identificare la popolazione di soggetti con MCI a maggior rischio di evoluzione verso l’Alzheimer.

Questi risultati ottimizzeranno gli interventi di contrasto con le cure e la riabilitazione già disponibili, con la messa a punto di un modello organizzativo per la distribuzione del/dei nuovo/i farmaco/i.

Lo scopo è anche quello di evitare di esporre al trattamento e alle potenziali correlate reazioni avverse soggetti che con elevata probabilità non ne trarrebbero giovamento.

Questa accortezza garantirà, quindi, la sostenibilità del sistema.

Obiettivo primario

Dopo 42 mesi, si valuterà la conversione a malattia di Alzheimer.

Si valuteranno i pazienti che rimarranno in una condizione di stabilità e quelli che avranno una reversione al profilo cognitivo normale.

I soggetti con MCI che convertiranno ad altre forme di demenza saranno considerati separatamente.

Inoltre si valuterà il biomarcatore e/o l’insieme di biomarcatori in grado di prevedere con la migliore accuratezza tale progressione.

Obiettivi secondari

Si valuterà il rapporto costi/benefici del biomarcatore o dell’insieme di biomarcatori in termini di previsione di progressione, la loro sostenibilità finanziaria, disponibilità sul territorio nazionale e non-invasività per i pazienti.